Fotografie tra finzione e realtà

Sale-Docks, Magazzini del Sale, Venezia, Dorsoduro 265
Inaugurazione: giovedì 8 ottobre, h. 18

Pur nell’attuale condizione postfotografica, caratterizzata da un’inedita inflazione delle immagini e, come sostiene Joan Fontcuberta, da una caduta dei “miti fondativi d’indicalità e trasparenza che avevano sostenuto la patente di credibilità per i prodotti della macchina fotografica”, gli scatti di Piero Marsili non hanno il sapore della nostalgia.
Che si tratti di immagini di reportage (dalla Romania durante la caduta di Ceaușescu, passando per l’Afghanistan post 11 settembre, fino al Giglio dopo il naufragio della Concordia) o di ritratti di personalità del mondo del cinema, del teatro e dell’arte, all’occhio di Marsili Libelli va riconosciuto il merito di avere sempre saputo debordare il reale, abitandolo ed eccedendolo al tempo stesso.
La sua fotografia, non estranea ad una certa logica brechtiana dello straniamento (nemmeno nelle sue manifestazioni commerciali), possiede la rara qualità di rafforzare la propria credibilità a partire dal costante inserimento di elementi “incredibili”. I talebani con i Ray-Ban, la rivoluzione rumena raccontata attraverso l’immaginario di uno stilista d’oltre cortina, il ritratto di Joe Pesci seduto sul WC oppure quello di Lichtestein a fianco di una pompa per l’acqua (così somigliante ad una scultura di Oldenburg), sono tutti esempi di una pratica fotografica che ha saputo situarsi sul confine tra documentario e fiction, con-fondendo politica dell’istantanea e poetica della messa in scena.
Le immagini di Marsili sono ambigue: certo frontali, sfrontate, appropriatrici o di gusto surrealista, ma pur sempre inquiete. Questa inquietudine, che va colta sotto il velo di una costante autodifesa ironica, è quella che accompagna lo statuto della fotografia dalle sue origini fino al passaggio dall’argento al silicio.
Questa cifra, come Piero racconta, matura dalla necessità di rimanere sul mercato; se negli anni Settanta si trattava di vincere la concorrenza di migliaia di colleghi e delle grandi agenzie, più tardi si è trattato di non rassegnarsi all’obsolescenza a cui il fotografo professionista è condannato dalla pervasività dell’immagine digitale. Ma questa operazione è riuscita proprio in virtù della capacità di Marsili Libelli di intrecciare documento e visionarietà. Attenzione però, i suoi scatti non confermano l’ipotesi secondo cui saremmo fatti della stessa sostanza dei sogni, forse l’opposto. Ci mettono di fronte a visioni incarnate, ad un onirico documentario, a frutti dell’immaginazione che non tradiscono la necessità di cronaca. Non è poca cosa.
Silvia Federici, in un suo recente libro, riprende la nozione di disincantamento proposta da Max Weber il quale sosteneva che lo sviluppo tecnologico in seno al capitale avesse espulso dal mondo il magico, il misterioso, l’incalcolabile. Forse qualcosa di simile accade nell’attuale condizione postfotografica, dove, quotidianamente, milioni di immagini nutrono un’iconosfera ipertrofica in gran parte messa a profitto dal capitalismo delle piattaforme e setacciata dalla sorveglianza governativa dei big data. In questo scenario, sempre per rifarsi alla letteratura in merito, le immagini diventano frenetiche, abbondano, eccedono, infuriano ed infine esplodono. Le fotografie non sono più tracce indicali di una presenza fisica, non sono più finestre sul mondo o soglie sull’inconscio collettivo. Le immagini, ci viene detto, andranno presto a costituire la fibra principale di questo mondo. C’è un che di debordiano in questa affermazione, ma se la società dello spettacolo era basata sul passivo consumo di immagini che trasformava la vita in un prodotto del capitale, lo spettacolo odierno è prodotto molecolarmente da miliardi di individui sparsi per il pianeta. L’immagine non è fabbricata nelle centrali del capitale, come al tempo di Debord, è semplicemente registrazione dello status quo. Di più: l’immagine è lo status quo, è la forma del disincantamento.
Le foto di Piero Marsili Libelli offrono un’alternativa possibile a questo disincantamento per la loro sottesa inquietudine, per quella vibrazione, per quella capacità di incantare il mondo, di registrarlo senza fissarlo, di scostare l’illusione dell’oggettività, di interpretare, in definitiva, la fotografia come paradossale arma contro lo status quo, contro l’immutabilità delle convenzioni, dell’industria culturale, della guerra e dei rapporti di potere.

Orari
8 ottobre – 22 novembre
dal mercoledì alla domenica
11.00-13.00 / 14.00 – 18.00

Piero Marsili Libelli (Firenze, 1947) Inizia la sua professione negli anni settanta a Milano, collaborando con il Corriere della Sera alla cronaca nera. In seguito si trasferisce a Roma, dove inaugura una collaborazione col settimanale L’espresso, occupandosi del teatro d’avanguardia. Nella capitale lavora con grandi registi come Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, Giuliano Montaldo, Marco Ferreri e recentemente con Vittorio Storaro al film Caravaggio. Realizza una mostra fotografica sul cinema per il Lincoln Center di New York. Inizia poi a viaggiare, realizzando grandi reportage in diversi paesi, tra cui l’Africa, l’India, il Giappone, il Pakistan. Nel 1982 documenta a Belfast i funerali di Bobby Sands e la guerriglia urbana dell’IRA e successivamente si trova in Libano. Nel dicembre del 1989 fotografa la rivoluzione rumena a Bucarest e poco dopo il Kosovo. Da questi lavori sono nate importanti mostre e la serie di performance intitolata La Camera Chiara e inaugurata ad Amsterdam, prima sul tema della lotta dell’IRA, poi sulla guerra in Afghanistan, di cui aveva realizzato un reportage nel 2003. Le sue foto sono state pubblicate da diversi giornali di prestigio nel mondo, tra cui il New York Times, il Newsweek, L’espresso, il Paris Match ed esposizioni delle sue foto sono state realizzate a San Paolo del Brasile, Amsterdam, Madrid, New York, Milano, Yerevan. Ha presentato al Festival Internazionale di Yerevan, in Armenia, una mostra di fotografie inedite su Michelangelo Antonioni, con il contributo di Wim Wenders e Tonino Guerra.
Piero Marsili Libelli non può essere identificato in una precisa categoria di fotografi. Il suo campo d’azione riguarda tutti gli aspetti dell’umanità, catturati dal suo occhio in ogni circostanza, dal dramma al piacere e da diversi punti di vista.