M^C^O NON SI SGOMBERA, M^C^O CRESCE!!!

maggio 15, 2012 at 19:18 , by admin

Questa mattina sgomberato Macao. In tanti rispondo all’appello e centinaia di persone stanno dando vita ad un’assemblea continua davanti all’ingresso in Via Galvani. 

Stamattina alle 6.30 la polizia in tenuta antisommossa ha sgomberato la Torre Galfa a Milano.

Contro il potere illegittimo del denaro, invitiamo tutta la cittadinanza, unica in diritto di decidere le sorti di Macao, a partecipare all’assemblea pubblica che si terrà stamattina di fronte alla Torre, dove stanno già accorrendo in molti.

Riportiamo la dichiarazione del Prof. Alberto Lucarelli Assessore Beni Comuni del comune di Napoli, in merito alle occupazioni della Torre Galfa di Milano, del Teatro Valle di Roma e del Teatro Garibaldi di Palermo.

“I casi del Teatro Valle, del Garibaldi, di Macao ci impongono di ritornare ad interrogarsi sull’annosa distinzione tra legalità e legittimità. Non tutti gli atti legali, ovvero conformi ad una legge, ad una regola scritta sono legittimi (quante leggi circolano indisturbate nella società pur contenendo norme in contrasto con la Costituzione e i diritti umani?), così come non tutti gli atti illegali, ovvero in contrasto alla legge, sono illegittimi.

In sostanza vi sono occupazioni di proprietà pubbliche o private che oggettivamente sono illegali, in quanto in contrasto con le norme a difesa della proprietà, ma che tuttavia in alcuni casi trovano una loro legittimità attraverso  forme  di dissenso e di azione politica, in  particolare nei momenti di crisi della rappresentanza e di negazione dei diritti sociali.

Talvolta la violenza legale delle regole può determinare l’insorgere di comportamenti illegali che tuttavia trovano la loro legittimità nel quadro politico, sociale ed economico, e nel recupero di una funzione sociale degli spazi.”

(Alberto Lucarelli, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico, Università di Napoli Federico II, dal 1999 Componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni)

La cultura non si sgombera.

Macao sgomberato. Chi decide nelle nostre città?

“Altro che vento che cambia”, con questo ironico tweet mattutino veniva commentato lo sgombero di Macao. Un cinguettio che inquadra perfettamente la questione. L’intervento delle forze dell’ordine alla torre Galfa poteva essere preventivato, ma non certo con questi tempi e nel balbettio delle istituzioni milanesi.
Mentre scrivo centinaia di persone si stanno radunando sotto il grattacielo, ciò che rincuora è che certamente Macao non finisce qui. Sia che ci si riprenda la torre, sia che si vada altrove, questi dieci lunghissimi giorni di vita di Macao hanno segnato l’inizio di qualcosa di destinato a durare. Hanno dimostrato che a Milano i lavoratori dell’arte, i precari e gli studenti sono finalmente intenzionati a voltare pagina, sono intenzionati a riprendersi ciò che la finanza gli aveva tolto, a cominciare dagli spazi (non è un caso che la Torre Galfa sia di proprietà di un immobiliarista e finanziere del calibro di Ligresti), ma non solo. Macao ha tutte le potenzialità di un vero percorso costituente, lo ha dimostrato con la sua capacità di aggregare migliaia di persone e di produrre decine di partecipatissimi tavoli di lavoro (dall’arte all’urbanistica, dall’autorecupero alla comunicazione e così via), Macao ha funzionato da catalizzatore per una diffusa necessità di un nuovo protagonismo dei lavoratori cognitivi di Milano, stufi di essere terreno di valorizzazione per l’industria creativa, stufi di essere spremuti nelle maglie della precarietà, vittime isolate di un gioco speculativo tutt’altro che marginale. Macao è questo, è rovesciare la prospettiva dominante di una logica culturale finanziarizzata in favore di pratiche artistiche realmente critiche dell’esistente. Non è poco.
Parallelamente la vicenda di Macao ha sinora posto in luce un altro elemento: l’inadeguatezza della giunta Pisapia nel farsi interlocutore di queste istanze. Anche su questo punto non ci siamo fatti illusioni, quanto sta accadendo palesa con chiarezza qualcosa di già evidente su scala nazionale. La risposta alla crisi, all’arroganza finanziaria, all’austerity neoliberista non può essere delegata alla rappresentanza, anche a quella più anomala e innovativa (vale per Pisapia come per Grillo), nemmeno sul piano locale. Invece, le luci nella crisi vanno cercate proprio lì dove sta Macao e lassù a Francoforte dove, da domani, si inizia a costruire una nuova Europa nell’assedio alla BCE. Nuove ipotesi politiche emergono dove stanno i movimenti che sanzionano Equitalia, dove sta chi si batte (al di là degli slogan) per i beni comuni quali acqua, territorio e cultura. In queste pratiche di democrazia radicale e orizzontale vediamo all’opera una politica degna, una politica che dovrebbe trovare campi di applicazione sempre più efficaci in coalizioni sociali che possano esprimerla con vocazione di massa.
A Milano lo sgombero di Macao indica un problema che non è solo milanese, ma che investe, in generale, la scala del governo metropolitano. Chi decide nelle nostre città? Governi legittimamente eletti o le lobby finanziarie e immobiliari? Che ruolo ha il pubblico? La risposta mi pare abbastanza evidente, se il pubblico non si mette a disposizione delle pratiche del comune che emergono, se non è in grado di interloquire, di essere interfaccia, al limite di cedere sovranità, allora esso è destinato al fallimento politico. Dunque dire che non bastano le elezioni per cambiare le cose è un’ovvietà disarmante, dire cosa serve perché le cose cambino è invece più complicato. A noi, ora, di certo serve che Macao viva.

SEGUITE LA DIRETTA STREAMING DELL’ASSEMBLEA

http://portale.macao.mi.it/stream/stream.html

M^C^O E’ DI TUTTI, PROTEGGIAMOLO!

maggio 14, 2012 at 11:29 , by admin

GIOVEDì 10 MAGGIO PROIEZIONE “BETTER THAN SOMETHING”

maggio 9, 2012 at 13:53 , by admin


BETTER THAN SOMETHING

IL DOCUMENTARIO SULLA CONTROVERSA E PROLIFICA FIGURA dell’icona del garage rock Jimmy Lee Lindsey Jr, conosciuto con il nome di JAY REATARD

Aperitivo + DJ SET dalle 19 con GUILTY BROTHERS
cheap r’n'r, trashing’ blues, garagepunk, soul

proiezione documentario ore 21


Better than something, si focalizza oltre che sulla settimana intensa spesa con Jay, nella sua città natale, su interviste,verità, descrizioni della sua infanzia, la vita e le performance d’archivio del rocker di Memphis.
Dedicando instancabilmente la sua vita alla musica, Jay è diventato un’icona del garage rock mondiale, girando il mondo con decine di bands e creando una discografia intensa, fatta di dozzine di EPs, album full-lenght, usciti per etichette come In the Red, Matador, Fat Possum.

James Lee Lindsey Jr. (1 Maggio 1980 – 13 Gennaio 2010), meglio conosciuto come Jay Reatard, è stato un garage rocker di Memphis
(Tennessee), ha pubblicato dischi come membro di: Reatards, Lost Sounds, Angry Angels, Terror Visions, Destruction Unit, Nervous Patterns,
The Final Solutions, e Bad Times.
La sua carriera di musicista iniziò all’età di 15 anni, quando il suo demo arrivò alle orecchie di Eric Friedl, membro fondatore della Goner Records e della storica band Oblivians; impressionato dal sound di Lindsey decide di far uscire il suo primo Ep, dicendo :”sono rimasto subito impressionato, sono sempre stato fan di tutto quello che ha fatto Jay, è un ragazzo formidabile”

Dopo aver fatto il suo primo tour europeo a soli 18 anni con i Reatards, Jay decide di fondare i Lost Sounds, dove lui era il maggior compositore assieme ad Alicja Trout. Con i Lost Sounds, Jay introduce un sintetizzatore, facendo discostare il sound dal garage sanguigno e old school dei Reatards.
Nel 2004, forma la Shattered Records con la sua ex ragazza Alix Brown, un etichetta indipendente che fa uscire principalmente dischi in vinile in tiratura limitata, di alcune delle loro band e di altri gruppi di amici.
Successivamente, poco prima del 2006, dopo lo scioglimento dei Reatards e Lost Sounds, Jay si concentra principalmente su altri progetti paralleli, raggiungendo l’uscita del suo primo disco solista sull’importante etichetta In the red, intitolato “Blood Visions”.
Dopo un lungo tour presentando il disco, firma un accordo, con la Matador, (etichetta indipendente newyorchese di spicco), rifiutando altre offerte discografiche da Major come Universal, Columbia e Vice.

Dopo l’uscita di sei singoli in tiratura limitata in formato 7″, piovono le recensioni da NME, Spin Magazine, Rolling Stone, facendo crescere la popolarità di Jay, che inizia a calcare palchi più grossi e suonare in festival in tutto il mondo.
L’anno dopo esce “Matador Singles 08″, una raccolta di 6 singoli che ha un sound decisamente diverso dai lavori precedenti, e viene descritto
dallo stesso Jay come “Pop music rumorosa”.
L’ultimo álbum di Jay, “Watch Me Fall”, esce nell’agosto del 2009, appunto per Matador record, caratterizzato da pezzi più melodici, dove vengono introdotti anche parti di organo, mandolino, ma sopratutto armonie vocali che contribuiscono a rendere il sound più malleabile e distante dal garage rock sanguigno degli esordi.

Purtroppo il 13 Gennaio del 2010 Jay fu trovato morto nella sua casa di Memphis attorno alle 3.30 del mattino. Aveva 29 anni.
i referto medico ufficiale sancisce il decesso come “morte da intossicazione di alcool e cocaina”.

IN COLLABORAZIONE CON VENICEISDEAD, GUILTY PARTY

M^C^O SE NON CI FOSSE BISOGNEREBBE INVENTARLO! ORA C’E', INVENTIAMOLO INSIEME!

maggio 7, 2012 at 18:46 , by admin

Si respira qualcosa di più della semplice soddisfazione a Macao. Sabato mattina i lavoratori dell’Arte di Milano, assieme ad un gruppo di realtà che da mesi si mobilita sulla questione culturale (Teatro Valle Occupato e Cinema di Palazzo di Roma, S.a.L.E.-Docks di Venezia, Asilo di Napoli, Teatro Coppola di Catania, Teatro Garibaldi di Palermo) avevano occupato la Torre Galfa di Milano. Un luogo simbolico per diversi motivi, primo perché i suoi 102 metri si ergono nel cuore finanziario della città, secondo perche la proprietà è in parte riconducibile all’immobiliarista-finanziere Salvatore Ligresti.
Domenica, giorno 2, è il giorno della prima assemblea pubblica, indetta per il pomeriggio. Alle quattordici il primo piano del grattacielo è già gremito, a sera si conteranno oltre settecento persone e decine di interventi. L’assemblea inizia ed è immediatamente chiara una cosa, non ci sono dubbi, Macao s’ha da fare. C’è chi propone attività, chi vuole impegnarsi nel recupero dello spazio, chi si offre per raccogliere fondi e così via. E’ sulla scia di un’energia tanto reale da parere palpabile che il discorso interseca, naturalmente e senza contrasti, piani differenti, passando dalle idee per la gestione dello spazio fino al significato politico di Macao e di tutte le altre esperienze italiane presenti. Perché tanto entusiasmo? Perché l’assemblea sembra più che altro un grande abbraccio collettivo che la città tributa all’idea di Macao? Forse perché c’è qualcosa che collega quanto accade a Milano in questi giorni con quanto sta facendo il movimento di Occupy in giro per il mondo. L’occupazione del grattacielo di Ligresti è un attacco simbolico al legame tra arte e finanza, un legame che non si spiega attraverso astrusi processi economici, ma che ha appiattito per decenni la percezione collettiva dell’arte e della cultura. Nelle mani dei finanzieri le opere sono diventate puri segni senza referenza (scambiate come “promesse di valore” al pari dei prodotti finanziari) e parallelamente, le vite degli artisti e dei lavoratori delle cultura sono diventate oggetto di speculazione per mezzo della precarizzazione. Rovesciare questa percezione è certamente uno dei segni di maggiore discontinuità di Macao e delle altre esperienze diffuse in Italia. L’obbiettivo è restituire alla cultura e all’arte il loro ruolo di strumenti di soggettivazione. A dire il vero questa funzione non è  taciuta nemmeno dal mainstream, anzi, gli economisti dell’arte la evocano per esorcizzarla, la catturano e la ammaestrano allo scopo di difendere le loro rendite accademiche. Macao invece ci crede, non con ingenuità, ma con coraggio, il coraggio di trasformare l’arte da terreno di speculazione a strumento in grado di cambiare il modo in cui guardiamo al mondo e, in definitiva, di cambiare il mondo stesso.
Di questo discutono artisti e architetti, designers e informatici, fund raisers e vicini di casa di Macao, di come proseguire l’avventura a partire da domani, di come gestire il trentadue piani della torre. Ricorrono termini quali occupazione, riappropriazione, autodeterminazione, comune (quale terza via che rompe la dicotomia pubblico/privato), sperimentazione giuridica e conflitto. Passano le ore e si susseguono proposte, attestati di solidarietà e idee. Sulla scia dell’assemblea nazionale della rete della conoscenza, avvenuta il giorno precedente a Roma, si commenta il DDL Fornero, incapace di tutelare i precari della cultura e i lavoratori autonomi, si invita a non farsi ipnotizzare dalle retoriche governative del conflitto generazionale e a costruire un fronte comune con chi lotta contro la modifica dell’articolo 18. Così il pomeriggio diventa sera e l’assemblea sancisce che da domani la vita di Macao ripartirà dalla fondazione di diversi tavoli di lavoro. Nello spazio contiguo Motus prova la perfomance serale. Non serve affacciarsi e guardare la città dall’alto del trentesimo piano, la sensazione condivisa è che a Milano stia succedendo qualcosa di importante.

SI POTREBBE ANCHE PENSARE DI VOLARE! LA TORRE GALFA SI TRASFORMA IN M^C^O

maggio 5, 2012 at 20:08 , by admin

È con piacere che dichiariamo aperto MACAO, il nuovo centro per le arti di Milano, un grande esperimento di costruzione dal basso di uno spazio dove produrre arte e cultura. Un luogo in cui gli artisti e i cittadini possono riunirsi per inventare un nuovo sistema di regole per una gestione condivisa e partecipata che, in totale autonomia, ridefinisca tempi e priorità del proprio lavoro e sperimenti nuovi linguaggi comuni. Siamo artisti, curatori, critici, guardia sala, grafici, performer, attori, danzatori, musicisti, scrittori, giornalisti, insegnanti d’arte, ricercatori, studenti, tutti coloro che operano nel mondo dell’arte e della cultura.
Da un anno ci stiamo mobilitando, riunendoci in assemblee dove discutere della nostra situazione di lavoratori precari nell’ambito della produzione artistica, dello spettacolo, dei media, dell’industria dell’entertainment, dei festival e della cosiddetta economia dell’evento. A questa logica per cui la cultura è sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione, noi proponiamo un’idea di cultura come soggetto attivo di trasformazione sociale, attraverso la messa al servizio delle nostre competenze, per la costruzione del comune. Rappresentiamo una fetta consistente della forza lavoro di questa città che per sua vocazione è da sempre un avamposto economico del terziario avanzato. Siamo quella moltitudine di lavoratori delle industrie creative che troppo spesso deve sottostare a condizioni umilianti di accesso al reddito, senza tutela, senza alcuna copertura in termini di welfare e senza essere nemmeno considerati interlocutori validi per l’attuale riforma del lavoro, tutta concentrata sullo strumentale dibattito intorno all’articolo 18. Siamo nati precari, siamo il cuore pulsante dell’economia del futuro, e non intendiamo continuare ad assecondare meccanismi di mancata redistribuzione e di sfruttamento. Apriamo MACAO perché la cultura si riprenda con forza un pezzo di Milano, in risposta a una storia che troppo spesso ha visto la città devastata per mano di professionisti di appalti pubblici, di spregiudicate concessioni edilizie, in una logica neo liberista che da sempre ha umiliato noi abitanti perseguendo un unico obiettivo: fare il profitto di pochi per escludere i molti. Oggi vogliamo restituire alla cittadinanza questo grattacielo, simbolo di quel sogno economico capitanato da grossi gruppi finanziari e tutt’ora nelle mani di uno dei più arricchiti e collusi burattinai della speculazione edilizia milanese.
Dalla primavera scorsa molti cittadini, artisti e operatori culturali hanno dato vita a esperienze inedite, attraverso pratiche di occupazione di spazi dismessi dal pubblico e dal privato, esperienze che stanno dimostrando di poter durare nel tempo occupandosi di cultura, territori, lavoro, nuove forme di economia e nuove forme di espressione dell’intelligenza collettiva.
Crediamo che la produzione artistica vada del tutto ripensata: dobbiamo prenderci questo tempo e questo diritto in modo serio e radicale, occupandoci direttamente di ciò che è nostro. Macao è questo, uno spazio di tutti, che deve diventare un laboratorio attivo in cui sono invitati i lavoratori dell’arte, dello spettacolo, della cultura, della formazione e dell’informazione. Qui artisti, intellettuali, esperiti del diritto, della legge e della costituzione, attivisti, scrittori, film maker, filosofi, economisti, architetti
e urbanisti, abitanti del quartiere e della città, devono prendersi il tempo necessario per costruire una dimensione sociale, comune e cooperante. Abbiamo un sacco di lavoro da fare, dobbiamo trasformare queste parole in pratiche reali sempre più efficaci e costituenti di modelli alternativi a quelli in cui viviamo, e tutto dipende da noi. Occorre non dare per scontato nulla producendo inchieste competenti, dibattiti, analisi e momenti di confronto riguardo tutti
i territori che producono disuguaglianze ed espropriazione di valore, non tralasciando le nuove forme con cui l’ideologia capitalista si sta travestendo. Occorre avere gioia e umorismo per trasformare questo impegno in un momento umano, collettivo e liberato. Occorre aver cura di questo spazio perché possa essere adatto a ospitare tutti. Occorre che
in questo spazio l’arte e la comunicazione smettano di essere attività fini a se stesse, ma esplodano e trovino le loro motivazioni all’interno di questa lotta, costruendo nuovi immaginari ed esplicitando quale mondo vediamo. Viva Macao e buon lavoro a tutti.
Siamo una rete di soggetti che stanno operando fianco a fianco all’interno di questa lotta: Lavoratori dell’arte, Cinema Palazzo di Roma, Teatro Valle Occupato di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo.

VOINA Soon we’ll be completely fearless

aprile 17, 2012 at 23:02 , by admin

Martedì 24 aprile h.18
Opening + dj set Belinda+Je cri (Electronic Girls)

Voina (dal russo: Война; trad. ita.: guerra) è un collettivo attivo in Russia dal 2005. I loro lavori sono stati mostrati in molti paesi ed in seguito al tentativo di repressione da parte del governo, attivisti di tutto il mondo (da Venezia a Fukushima, da Zurigo a New York) hanno compiuto azioni in solidarietà al collettivo.

Attualmente Voina è associate curator della settima edizione della Biennale di Berlino.

Di Voina abbiamo amato la sfacciataggine e la decisione di assumere pienamente una prospettiva “di parte”. Possiamo dibattere, ma è indubbio che il lavoro del collettivo si distacca dall’ipocrisia che spesso caratterizza artisti e curatori, radicalissimi a parole, ma attentissimi a non farsi coinvolgere da percorsi di movimento, percorsi che li porterebbero ai margini del sistema o magari a confrontarsi con temi e necessità che esulano dalla loro personale agenda artistica. Potrebbero esserci differenze di metodo e di visione tra Voina e il S.a.L.E., ma ci pareva possibile produrre un concatenamento proficuo, dando così spazio all’esempio di una pratica artistica che ha in comune con noi (e con tutto il movimento che in Italia sta occupando spazi in nome di una nuova stagione culturale) l’idea che la prudenza dell’arte rischi di tramutarsi in tristezza. E ci pare che Voina, attraverso le parole dei suoi membri, condivida questa punto di vista: “ abbiamo fatto sesso in pubblico e la cosa non ci spaventa più, abbiamo invaso una stazione di polizia e la cosa non ci spaventa più. Cosa c’è ancora che possa spaventarci? Con la morte faremo i conti in futuro. Presto saremo completamente privi di paura” (T. Peter; 2008).

Al S.a.L.E. sarà proiettata gran parte delle azioni del gruppo dai primi anni di attività fino ad oggi: dal celebre fallo gigante dipinto sul ponte mobile di fronte alla sede dei servizi segreti russi, fino al sesso di gruppo celebrato per denigrare metaforicamente il passaggio di testimone dal presidente Putin al suo erede Medvedev, dall’ironica invasione di un commissariato da parte di alcuni membri della gang, travestiti da sostenitori del regime, fino alla saldatura delle porte di un famoso ristorante moscovita di proprietà di una star televisiva filo Kremlino.

Sebbene Voina conservi un’attitudine decisamente eversiva, la contrarietà al regime di Putin & Co. ha dato vita negli ultimi mesi ad un ampio movimento di opposizione che ha attraversato trasversalmente la società russa e mobilitato centinaia di migliaia di persone, in città come in provincia. Un movimento nato dallo sdegno per la ricandidatura di Vladimir Putin alle elezioni presidenziali e rinforzato dal clamoroso ricorso a brogli ed illegalità durante la tornata elettorale del dicembre 2011.  

Putin, più di ogni altro, ha incarnato quella retorica della “stabilità” che ha imbrigliato la Russia dopo il caos post-sovietico degli anni ’90. Una retorica che ha dato vita ad un sistema parallelo, da una parte la corruzione e il clientelismo governativo, dall’altra la nascita di organizzazioni di stampo mafioso favorite dal grande vuoto istituzionale. È in questo humus sociale che, nel primo decennio del secolo, si è fatta faticosamente strada una terza opzione, quella di una new-left russa, lontana dal Partito Comunista ufficiale e nostalgico, composita e di orientamenti politici differenti, in cui, oltre agli attivisti classici, possono essere annoverati intellettuali, artisti e collettivi.

Certo, le grandi manifestazioni dell’opposizione degli ultimi mesi non hanno risolto l’emergenza democratica in Russia, l’informazione ufficiale continua ad essere asservita mentre i blog sono censurati, la polizia russa rimane una delle istituzioni più note per la facilità con la quale ricorre alla tortura, Putin (anche grazie ai brogli) è stato rieletto presidente al primo turno. Il movimento stesso pare essere frenato dall’anima più liberale e da accenti nazionalistici piuttosto spiccati. Ciononostante la Russia, nell’anno di Occupy Wall Street e delle “primavere arabe”, non è stata alla finestra e si è sollevata in massa contro quella “stabilità” putiniana che, nella crisi globale, ci appare come il nome russo di quel tentativo del capitale finanziario di mantenere saldo il timone del mondo (pur di fronte ad un crescente dissenso sociale).

Di questo dissenso Voina è da anni uno degli interpreti più radicali. Non è un caso che su alcuni dei suoi membri penda oggi un mandato di arresto federale e internazionale e che Oleg Vorotnikov e Leonid Nikolaev abbiano scontato quattro mesi di prigione a causa della loro militanza artistica.

Artisti e clandestini, i Voina suscitano grande entusiasmo o grande contrarietà, ciò che è certo è che il loro estremismo estetico richiama la storia dell’arte moderna russa. Furono artisti e autori (oggi considerati classici) che, sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, teorizzarono e sperimentarono, negli anni Venti del Novecento, quella dissoluzione dell’arte nella vita che divenne il banco di prova delle avanguardie storiche. Sergei Tretyakov e Sergei Eiseinstein, ad esempio, portarono letteralmente il teatro in strada, nello spazio pubblico, declinandolo come strumento di agitazione sociale e perseguendo il sabotaggio dell’illusionismo tipico delle arti sceniche borghesi.

In tempi più recenti, durante la Perestroika e la contemporanea e peculiare sussunzione del mercato artistico russo nel sistema globale dell’arte, artisti underground rifiutavano l’isteria monetaria per concentrarsi su una critica della transizione. Si pensi a “Mercy” (1991), opera inaugurale dell’alternativa galleria Trekhpudny di Mosca. La mostra consisteva essenzialmente nella presenza di due senzatetto all’interno dello spazio espositivo, il progetto di Konstantin Reunov e Avdey Ter-Oganian è solo uno dei possibili esempi di un’attitudine alternativa a quella al tempo dominante, ovvero la riproposizione della simbologia e dell’immaginario sovietico a scopo di mercato. Al contrario, gli artisti riuniti attorno alla Galleria Trekhpudny, diedero vita ad un’avventura artistica certamente aliena da interessi speculativi e caratterizzata da una stimolante confusione tra la routine della vita comunitaria catalizzata dallo spazio e il Kairos dell’evento artistico.

Ci fermiamo qui, non vogliamo azzardare discendenze storico-artistiche prive di fondamento, ci interessava però fotografare una certa attitudine che, in forme diverse, ha caratterizzato la storia dell’arte russa arrivando fino a Voina.

S.a.L.E.-Docks

24 aprile – 3 giugno

Mostra aperta dal giovedì alla domenica, dalle 14.30 alle 19.00

 

_______________________________________________________________English version

Voina

Soon we’ll be Completely fearless

S.a.L.E.-Docks

April 24th – June 3rd

Opening music + live set: Tuesday, April 24 h.18

Exhibition runs from Thursday to Sunday, from 14.30 to 19.00

Voina (from Russian: Война; eng.: War) is a group active in Russia since 2005. Their work has been shown in many countries and as a result of attempts of repression by the government, activists from around the world (from Venice in Fukushima, from Zurich to New York) have taken actions in solidarity of the collective.

Currently Voina is associated curator of 7. Berlin Biennale.

About Voina we loved the audacity and the decision to assume a full “biased” perspective. We can debate about their art, but undoubtedly the work of the group is separated from the hypocrisy that often characterizes artists and curators, very radical in words, but always extra careful to not get involved in certain paths, which could lead them to the margins of the system or possibly to confrontation with issues and needs that are outside their personal artistic agenda. There may be differences in the point of views between the method of Voina and that ofS.a.L.E. Docks, but it seemed possible to produce a profitable linkage, thus giving space to the example of an artistic practice that has in common with us (and the whole movement in Italy which is occupying spaces in the name of a new cultural season) the idea that prudence, in art, risks to turn into sadness. And we feel that Voina, in the words of its members, agrees with this point of view: “We had sex in public and this doesn’t frighten us anymore, we invaded a police station and this doesn’t frighten us anymore. What more is there that can scare us? We will deal with death in the future. Soon we will be completely fearless. “(T. Peter, 2008).

At S.a.L.E. Docks, will be projected several videos of the actions of the group, from the early years of activity to date: the famous giant phallus painted on the drawbridge in front of the headquarters of the Russian secret service, up to collective sex celebrated to denigrate metaphorically the passing of the baton from President Putin to his successor Medvedev, through the ironical invasion of a police station by some members of the gang, dressed up as supporters of the regime, until the sealing of the doors of a popular restaurant owned by a Moscow television star pro-Kremlin.

Although Voina has a definite subversive attitude, the opposition to the regime of Putin & Co. has created in the last months a wide opposition movement that has spanned across Russian society and mobilized hundreds of thousands people in cities and in provinces . This movement comes from the outrage at the re-candidancy of Vladimir Putin in the presidential elections and was reinforced by the dramatic use of fraud and illegality during the elections in December 2011.

Putin, more than any other, embodied the rhetoric of “stability” that has harnessed Russia after the chaos of post-Soviet 90s. A rhetoric that has created a parallel system, on one hand the government corruption and cronyism, on the other hand the birth of new mafia-style organizations encouraged by large institutional vacuum. It is in this social humus that in the first decade of the century a third option came through, the one of a new Russian-left composed by different political orientations which, in addition counts on, above classic activists, intellectuals, artists and collectives, all of them very far from the official nostalgic Communist Party. Of course, the big opposition demonstrations in recent months have not solved the emergence of democracy in Russia, the official information continues to be enslaved while blogs are censored, the Russian police is an institution best known for the ease with which resorts to torture, Putin (thanks to the fraud) was re-elected president at the first round of the elections. The movement itself seems to be slowed down from the liberal and quite distinct nationalistic part. Nevertheless, Russia, in the year of Occupy Wall Street and of the “Arab spring”, did not wait on the sidelines and raised up massively against the “Putinist stability” that, in the global crisis, appears to be the Russian feature of the attempt of the financial capital to maintain in balance the helm of the world (even in front of a growing social dissent).

Voina is one of the most radical voices of this disagreement since a long time. It is no coincidence that some of its members have a federal and international policy arrest warrant pending and Oleg Vorotnikov and Leonid Nikolaev have served four months in prison because of their artistic militancy. Artists and clandestines, the Voina arouse both great enthusiasm and adversity; what is sure is that their aesthetic extremism recalls the history of modern Russian art. Artists and writers (now considered classics) are those who, in the wake of the October Revolution, theorized and experienced, during the Twenties of the Twentieth century, the dissolution of art in life that became a litmus test of the historical avant-garde. Sergei Tretyakov and Sergei Eiseinstein, for example, literally brought the theatre into the streets, in the public space, and declined it as a means of pursuing social unrest and sabotage of that illusionism typical of the bourgeois performing arts.

More recently, during the Perestroika and the parallel peculiar subsumption of Russian art in the global system, underground artists rejected the monetary hysteria to focus on a critique of the transition. Just think of “Mercy” (1991), the first exhibition at Trekhpudny, the alternative gallery in Moscow. The show consisted mainly of the presence of two homeless people inside the exhibition: the project by Konstantin Reunov e Avdey Ter-Oganian is just one example of an attitude alternative compared to the dominant one, namely the revival of symbolism and of the soviet imaginary on market purposes. Instead, the artists gathered around the Gallery Trekhpudny, formed an artistic adventure certainly alien from speculative interests and characterized by a stimulating confusion between the routine of life of the community catalyzed by the space and the Kairos of the artistic happening.

We stop here, do not want to hazard historic-artistic lineages without merit, however, we were interested in photographing a certain attitude that, in various forms, has characterized the history of Russian art, coming up to Voina.

PALERMO, 13 Aprile 2012 OCCUPATO IL TEATRO GARIBALDI

aprile 13, 2012 at 12:53 , by admin

Manifesto per la Cultura

Uno spazio destinato alla cultura non può chiudere per ragione alcuna.

La sua assegnazione e la sua vita devono essere garantite da criteri di gestione trasparenti e rigorosi, nel rispetto del valore dell’arte in tutte le sue forme di espressione.

Per questo restituiamo oggi alla sua naturale funzione il Teatro Garibaldi: l’ennesimo spazio negato alla città, un luogo che ci appartiene come cittadini e come lavoratori dello spettacolo, della cultura e dell’arte.

Come cittadini abbiamo il dovere di difendere il patrimonio artistico del nostro Paese, il dovere di sottrarlo alla gestione clientelare e priva di progettualità. Chiediamo alla cittadinanza di aderire alla nostra lotta e partecipare alla nostra azione.

Come lavoratori dello spettacolo, della cultura e dell’arte e come espressione della nuova generazione creativa di questa città abbiamo il diritto di essere riconosciuti interlocutori indispensabili nelle scelte politiche che riguardano il nostro settore, il nostro lavoro, la nostra vita.

Gli spazi della cultura sono luoghi di aggregazione, crescita e confronto per i cittadini.

Oggi inauguriamo un progetto nuovo, che, partendo dall’affidamento e dalla gestione degli spazi, e dall’elaborazione di un modello, rimetta in circolo le realtà produttive e culturali della nostra città, prescindendo dall’ingerenza dei partiti, dai ricatti delle clientele, dall’aridità dei finanziamenti a pioggia.

Chiediamo che il Comune di Palermo e gli altri enti pubblici rendano noto e accessibile un censimento degli spazi di loro proprietà; che si dotino di un regolamento che disciplini l’assegnazione di tali luoghi e delle relative risorse economiche destinate alla cultura, prevedendo il costante monitoraggio di tutte le attività finanziate.

È necessario che tale regolamento sia elaborato e condiviso dagli artisti, dalle professionalità che gravitano intorno al mondo della cultura, dai funzionari degli uffici dell’amministrazione pubblica di competenza.

Soltanto sulla base di un nuovo sistema di regole è possibile immaginare modelli di gestione innovativi, che riconoscano finalmente un’identità ai generi, ai linguaggi, alle nuove storie di questa Città.

La cooperazione tra le diverse discipline rappresenta una opportunità fondamentale per la creazione ed esportazione di contenuti artistici nuovi.

Chiediamo pertanto un modello lontano dalle nomine di “direttori artistici” ispirate da logiche partitiche, un modello che fondi le sue basi sull’alternanza delle cariche e che dia spazio alle nuove energie artistiche espresse nella e dalla Città.

Una società che non valorizza la cultura e l’innovazione non ha la sensibilità e la capacità necessarie per custodire il proprio patrimonio e non scommette sul proprio futuro.

Comitato Teatro Garibaldi Aperto

TEATRO GARIBALDI, il dossier:

Situato nel cuore del quartiere della Kalsa, affacciato su piazza Magione, il Teatro Garibaldi rappresenta uno degli spazi culturali simbolo della città di Palermo. Nel corso di due secoli ha vissuto un’inevitabile alternanza tra momenti di intensa attività e lunghi periodi di disuso, trovandosi più volte a cambiare la propria destinazione d’uso, trasformandosi ora in cinema di terza visione ora in sede di improbabili incontri rionali di boxe per poi finire a deposito di ferraglie e rifiuti.
Costruito all’interno dei giardini del quattrocentesco Palazzo Ajutamicristo, il teatro fu inaugurato con un memorabile discorso dal generale Giuseppe Garibaldi in persona il 14 settembre 1862. Inizialmente dedicato a commedie popolari ed opere buffe, conobbe periodi di fortuna e di abbandono fino a quando, nel 1966, la compagnia del maestro Angelo Musco ne fece la propria casa, stipulando un contratto d’affitto di nove anni con la famiglia proprietaria dell’edificio.
Nel 1983 fu finalmente acquistato dal Comune di Palermo e destinato a vari usi sociali.
Dal 1996 al 2008 il teatro viene affidato, più o meno continuativamente, alla direzione artistica di Matteo Bavera diventando uno spazio votato alla promozione del teatro di ricerca e ospitando produzioni firmate dai maggiori artisti della scena teatrale contemporanea internazionale (Carlo Cecchi, Peter Brook, Patrice Chéreau, Lev Dodin, Antonio Latella tra gli altri).
Nel novembre 2008 hanno inizio i più recenti lavori di restauro, ultimati nel giugno 2009, basati su un progetto che intendeva ribaltare le regole del teatro all’italiana e, avvicinandosi al modello del Living Theatre, prevedeva una configurazione incentrata sulla frontalità tra attori e spettatori.
Oggi lo stato dei lavori sarebbe teoricamente ultimato e collaudati tutti gli impianti, per rendere fruibile il teatro mancherebbero ancora le poltroncine e i piani mobili, andati più volte in appalto. Il costo totale dei lavori ammonta circa a 4 milioni e mezzo di euro, finanziati dai fondi europei di Agenda 2000.
Negli ultimi anni spesso la cronaca cittadina è tornata ad accendere i riflettori sul teatro, anche per dare voce allo scontro, talvolta violento, tra gli artisti e la precedente direzione artistica accusata di insolvenza, su cui pesano ancora numerosi procedimenti in corso.
Il tema dell’affidamento del teatro è ad oggi quanto mai incerto. Insieme ai ripetuti appelli avanzati dall’ex-direttore in nome di un presunto diritto acquisito, negli ultimi anni a più riprese la stampa ha riacceso il caso segnalando nomi meritevoli per anzianità o accogliendo la proposta di una direzione collettiva, inizialmente avanzata da alcuni fra i più autorevoli nomi del teatro di ricerca palermitano, poi decaduta per lo smembramento del gruppo stesso.

More info:

http://teatrogaribaldiaperto.wordpress.com/ 

FB: Teatro Garibaldi Aperto

Twitter: @garibaldiaperto

C.A.B.A. Ciclo di laboratori d’arti performative e teatro

marzo 16, 2012 at 16:23 , by admin

PER ISCRIZIONI: CABA.SALEDOCKS@GMAIL.COM

24, 25 marzo 2012

ESERCIZI DI STILE
Allenamento per giovani danzatori, performer, coreografi
condotto da SONIA BRUNELLI_Barokthegreat


5-7 aprile 2012
FUORI è DENTRO!
laboratorio di creazione performativa condotto da CODICE IVAN


27-29 aprile 2012
CONOSCI LA TUA VOCE
laboratorio sulla conoscenza della propria voce nel suo farsi
condotto da EMANUELA VILLAGROSSI




10-12 maggio 2012
FEED YOUR HEAD, FEED YOUR HEAD
laboratorio pratico-teatrale condotto da SILVIA CALDERONI_Motus


25, 26, 27 maggio
LABORATORIO DI DANZA CONTEMPORANEA
condotto da MARTA BEVILACQUA _Arearea

CREATING ACTIVISM BEFORE ACTION è un ciclo di laboratori d’arti performative e teatro all’interno di S.a.L.E. docks spazio degli Ex Magazzini del Sale di Venezia.
Cosa significa creare attivismo prima dell’azione? Cosa a che fare …l’attivismo con il teatro?
L’attivismo per definizione è un’attività finalizzata a produrre un cambiamento, non un punto d’arrivo, un fine, ma una tappa. Un processo fatto di attivazioni continue, d’incontri che si definiscono sempre in relazioni a un Fuori. Deleuze scrive che questi incontri “si definirebbero nel movimento dell’apprendimento e non nel risultato di sapere, e che non lascerebbero a nessuno, a nessun Potere, la cura di “porre” dei problemi o di “procurare” dei problemi.”
Un’attività che pone l’azione come strumento d’intermittenza necessaria ma che non può prescindere dal divenire che la precede e la supera. Non mimare, imitare, riportare ma innervare, far scorrere, coltivare, connettere, “balbettare nella propria lingua”(Deleuze).
L’importanza dell’azione nell’attivismo è quindi inconfutabile ma quale azione può portare a una fuoriuscita in potenza capace di sovvertire il “diritto del re di dare la morte al suddito”?
L’energia delle rivolte scoppia attraverso dei corpi e delle menti consapevoli, non disperate ma avvertite, non affamate ma nutrite.
Il lavoro laboratoriale è un incontro, un divenire, un attivare, un fluire, un costruire una propria etica, un proprio bottino che paradossalmente e per sua natura non prevede né cassaforte né argini e per questo soggetto a esondazioni costanti.
Creando questo varco dedicato al Teatro e alle Arti performative vorremmo lanciare un’opportunità per chi ama l’arte e ne vede l’irriducibile direzione, per chi vuole sperimentare e inventare nuove forme di attivismo dentro il teatro, a chi non basta il teatro che riporta, che insegna, che mima, per chi ha molte idee, per chi non ne ha nessuna, per chi crede che il cambiamento non sia una chimera, per le solitudini che cercano spazi intermedi…
Sperimentiamo assieme a voi e con gli artisti invitati questo percorso, mettendo a disposizione il nostro spazio, la nostra storia, il nostro futuro, una nostra visione, una nostra politica che in fondo è anche la nostra poetica.
“Sometimes doing something poetic can become political and sometimes doing something political can become poetic” Francis Alys


MARTEDì 13 MARZO “DISCUSSING THE INADEQUATE” INCONTRO CON DORA GARCIA

marzo 7, 2012 at 16:52 , by admin

Martedì 13 marzo h.18

DISCUSSING THE INADEQUATE

Incontro con DORA GARCIA

The inadequate
“L’inadeguato” è un progetto che si è svolto presso il padiglione spagnolo nei giardini durante la biennale di Venezia 2011.

“L’inadeguato”è una performance prolungata nel tempo, fatta di conversazioni, monologhi, teatro, silenzio e dibattiti. I protagonisti di questa performance molteplice e collettiva, provengono da varie generazioni, lavorano principalmente sul panorama culturale italiano come oggetto di ricerca I protagonisti di “l’inadeguato” rappresentano atteggiamenti indipendenti, underground, dissidenti e non ufficiali.

Cosa significa “inadeguato”? facciamo riferimento alla citazione di Erving Goffman dal suo libro Encounters (1961): ‘To be awkward or unkempt, to talk or move wrongly, is to be a dangerous giant, a destroyer of worlds. As every psychotic and comic ought to know, any accurately improper move can poke through the thin sleeve of immediate reality.’

Dora Garcia

Nata a Valladolid (Spagna) nel 1965. Studia Belle Arti presso l’Università di Salamanca e presso la Rijksakademie di Amsterdam. Lavora a Barcellona.

Di seguito, alcune delle sue ultime mostre individuali.

2011 

Power to the People: Contemporary Conceptualism and the Object in Art. The Australian Center for Contemporary Art.

(ACCA), Southbank, Victoria (AU).

The Inadequate, 54th Venice Biennale, Spanish Pavilion. Curator: Katya García-Anton (I).

Real Artists don’t have Teeth (RijksakademieLIVE #1), Rijksakademie, Amsterdam (NL).

2010 

For Nothing, Against Everything / Por nada, contra todo. OPA, Guadalajara, Mexico.

I am a judge. Kunsthalle Bern, Bern (CH).

LAST DAYS / derniers jours (curated by Magali Gentet), Parvis de Pau (F).

I am a judge. Index – The Swedish Contemporary Art Foundation, Stockholm (SE).

Tempo scaduto!

marzo 3, 2012 at 12:13 , by admin

Il comunicato stampa del Collettivo La Balena:

Tempo scaduto!

contagio alla rovescia

La Balena – collettivo di lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale di Napoli il 2 marzo 2012 alle ore 9 ha occupato l’Ex Asilo Filangieri, sede della Fondazione del Forum Universale delle Culture in vico G. Maffei n. 4 – Napoli

Occupiamo questo spazio perché sentiamo questo luogo come una delle tante contraddizioni aperte nella nostra città. Non intendiamo sollevare le criticità del Forum Universale delle Cultura, ma usare questo spazio come contenitore informale di incontri e narrazioni da aprire alla città, per dare vita ad un’inchiesta permanente sullo stato dell’arte e della cultura e sulla condizione dei lavoratori dell’immateriale, attraverso nuove pratiche e nuovi linguaggi.

La prima pratica di politica culturale è l’incontro, la riconnessione del tessuto sociale di una comunità che per troppo tempo è stata costretta ad autoreferenziare i diversi ambiti che la compongono.

Con quest’azione ci mettiamo in connessione con un movimento nazionale dei lavoratori della conoscenza – circa 1/3 della forza lavoro – che in tutta Italia sta affermando la propria identità assumendosi sempre più la responsabilità etica, civile e politica della tutela e dell’esercizio dei propri diritti: diritto all’esistenza sostenibile, riconoscimento sociale del nostro lavoro, diritto alla tutela della creazione e della produzione.

La cultura è un diritto, una necessità, non un privilegio. Non vogliamo una cultura mediata dal potere politico, sottomessa a logiche di partiti pronti a gestirla per fini elettorali o di spartizione economica. La cultura non si governa, si lascia esistere!

Proponiamo nuove pratiche, partecipate e condivise, che interrompano i dispositivi di cooptazione dall’alto, convinti che tutte le arti dello spettacolo, come anche la formazione, non possano fondarsi sulla produzione di ricchezza economica, perché i saperi e la conoscenza sono il fondamento per la ricostruzione di una comunità e per lo sviluppo di una collettività sana e consapevole.

Partecipano all’azione: Teatro Valle Occupato di Roma, Ex-Cinema Palazzo di Roma, I lavoratori dell’arte di Milano, Teatro Coppola di Catania, Arsenale di Palermo, S.a.l.e. Docks di Venezia.

Venerdì 2, sabato 3 e domenica 4 marzo convocheremo tre assemblee pubbliche su beni comuni, welfare e politiche culturali in cui insieme a filosofi, artisti, giornalisti, scrittori, architetti, editori, movimenti, comitati, studenti, lavoratori e cittadini tutti ricominceremo a discutere delle parole per avviare un processo di presa di coscienza collettiva.

Siamo convinti che solo attraverso la relazione con le altre realtà in lotta possiamo ridisegnare un immaginario a venire comune, slegato da dinamiche di nostalgia del passato, che guardi fortemente al futuro e che proprio attraverso nuovi processi di riappropriazione dal basso sia capace di ridefinire il ruolo delle istituzioni.

Ci immaginiamo al primo giorno di vita di una nuova comunità; “Noi dobbiamo essere i genitori. Abbiamo bisogno di riappropriarci di un senso del futuro, perché sotto il sole sta accadendo qualcosa di radicalmente nuovo.

Probabilmente non vedremo i frutti di quello che stiamo generando, ma questa è la prospettiva che scegliamo per un’ecologia della democrazia.

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